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Prima che accada: la strada di Piero

Prima che accada: la strada di Piero

Da cinque anni Piero Buonamici, 75 anni, fa il nonno vigile davanti alla scuola primaria di Aranco, a Borgosesia. Una mattina di dicembre un’auto non rallenta e lui afferra un bambino per la giacca, portandolo fuori dalla traiettoria. Il fatto diventa una notizia. Ma la storia di Piero comincia molto prima, e continua ogni giorno: nella strada, nei saluti dei bambini, nel volontariato scelto dopo la pensione.

Alle 7.20, davanti alla scuola primaria di Aranco, iniziano ad arrivare i bambini.

Qualcuno cammina tenendo la mano del padre o della madre, qualcuno corre con lo zaino sulle spalle, qualcuno attraversa la strada ancora assonnato. Il traffico aumenta con l’avvicinarsi dell’orario d’ingresso e, in mezzo alle automobili, c’è Piero Buonamici.

Ha la paletta in mano e indossa l’equipaggiamento ad alta visibilità. Il suo compito è semplice da spiegare: presidiare l’attraversamento, fermare le auto e permettere ai bambini di raggiungere la scuola in sicurezza. Lo fa da cinque anni.

Il turno del mattino termina alle 8.45. Nel pomeriggio Piero torna davanti alla scuola per l’uscita degli alunni. È un impegno che svolge per tutta la settimana e che, con il passare degli anni, lo ha fatto diventare una presenza familiare per i bambini e per le loro famiglie.

«Mi chiamano tutti nonno vigile», racconta. «Il nostro nonno vigile».

A 75 anni, Piero è pensionato. Prima di smettere di lavorare si occupava di attività commerciali e, anche dopo la pensione, ha continuato a dedicare parte del proprio tempo al volontariato. La scelta di tornare a fare il nonno vigile non è stata dettata da un obbligo né da un compenso. È stata una decisione personale.

«Io non ho preso un centesimo. Lo faccio perché ho voglia di farlo e mi sento di farlo».

Per cinque anni il suo servizio è stato soprattutto questo: esserci.

Poi, una mattina, era il 23 Dicembre del 2025, davanti a quelle strisce pedonali, Piero ha dovuto reagire in pochi secondi.

Era una mattina fredda. Il sole, racconta Piero, rendeva difficile vedere bene chi arrivava dal ponte di Aranco.

Un bambino di circa nove anni stava attraversando la strada. Dietro di lui c’erano la madre e il fratellino più piccolo.

Piero era in mezzo alla carreggiata e aveva iniziato a fermare il traffico. Tutto sembrava procedere come ogni altra mattina.

Poi ha visto un’automobile arrivare dalla direzione del centro, la vettura continuava ad avvicinarsi.

«Vedo questa macchina che continua ad arrivare e non si fermava».

Piero aspetta che il conducente rallenti. Non succede.

A quel punto capisce che non c’è più tempo.

«È stato un attimo», racconta. «Ho avuto l’istinto di prendere il bambino per le braccia».

Lo afferra e lo sposta.

L’automobile frena all’ultimo momento e lo colpisce di striscio al polpaccio. Il bambino, invece, rimane illeso, è soltanto molto spaventato.

La madre scoppia a piangere. Il fratellino è in lacrime. Alcuni automobilisti, fermi sull’altra corsia, hanno visto la scena e applaudono.

Piero accompagna il bambino sul marciapiede e si assicura che sia al sicuro.

Solo dopo si rende conto di quello che è appena accaduto.

«Io sono rimasto scioccato», racconta. «Ho detto: ma che cosa ho fatto di male?».

Sono passati pochi secondi, ma per lui quella mattina non finisce quando l’automobile riparte.

Nei giorni successivi Piero si accorge che il bambino ha paura di attraversare di nuovo quelle strisce. Per circa una settimana evita quel punto della strada.

Piero lo cerca, vuole capire se abbia paura, se sia successo qualcosa, se possa aiutarlo a tornare alla normalità. Parla con lui e lo rassicura.

Poi arriva il momento di attraversare di nuovo, il bambino torna sulle strisce.

Per Piero è una soddisfazione più grande dell’applauso ricevuto dagli automobilisti quella mattina.

«Questa è stata la mia grande soddisfazione».

Qualche tempo dopo, la madre del bambino gli porta un regalo per ringraziarlo.

È un gesto semplice, ma Piero si commuove ancora oggi quando lo ricorda.

«Mi ha fatto piangere».

La storia, nel frattempo, viene raccontata dalle cronache locali e l’amministrazione comunale ringrazia pubblicamente Piero e gli altri volontari che svolgono il servizio davanti alle scuole. L’episodio richiama anche l’attenzione sul comportamento degli automobilisti e sulla necessità di rispettare gli attraversamenti pedonali nelle vicinanze degli istituti scolastici.

Ma per Piero quella mattina non rappresenta l’inizio della sua storia da nonno vigile.

È soltanto il momento in cui un lavoro quotidiano, normalmente invisibile, è diventato improvvisamente una notizia.

Perché la parte più importante del servizio di Piero è proprio quella che non finisce sui giornali.

È la mattina in cui nessuno rischia di essere investito.

L’auto che rallenta.

Il bambino che attraversa.

Il genitore che può accompagnare il figlio sapendo che qualcuno sta controllando la strada.

Il nonno vigile è un presidio, ma è anche una presenza riconoscibile all’interno della comunità.

Piero conosce i bambini e le loro famiglie. I bambini conoscono lui. Alcuni lo incontrano anche fuori dalla scuola e continuano a chiamarlo nello stesso modo.

«C’è un bambino che viene al calcio e mi chiama sempre nonno vigile».

In cinque anni, quella che era nata come un’attività di volontariato è diventata una relazione quotidiana con il quartiere.

Eppure il rapporto con la strada non è sempre semplice.

Piero racconta di automobilisti che non rallentano davanti alle strisce, nonostante la sua presenza. Alcuni lo insultano o lo prendono in giro. In passato è stato anche urtato da una vettura e, in una circostanza, la paletta che utilizza per segnalare l’attraversamento è stata danneggiata.

È una parte meno visibile del suo lavoro, ma dice molto del motivo per cui quella presenza continua a essere necessaria.

Il nonno vigile non ha il compito di sostituire la Polizia Locale e non può imporre agli automobilisti di rispettare le regole. Il suo ruolo è quello di presidiare, segnalare, accompagnare, richiamare l’attenzione.

Soprattutto, di prevenire.

Il servizio dei nonni vigili di Borgosesia è rivolto ai pensionati residenti nel Comune di età compresa tra i 50 e i 75 anni, in possesso dell’idoneità psico-fisica richiesta. I volontari operano sotto il coordinamento della Polizia Locale e vengono impiegati negli orari di ingresso e di uscita degli alunni.

Piero rientra nei requisiti.

Ma i requisiti non spiegano la sua scelta.

Per comprenderla bisogna ascoltare quello che dice quando gli viene chiesto che cosa sia cambiato dopo quella mattina di dicembre.

«Mi sono reso conto che sono molto utile».

È una frase che ritorna nel suo racconto.

Piero non parla della propria età come di qualcosa da superare. Non dice di aver dimostrato di poter svolgere quel lavoro “nonostante” i 75 anni. Racconta semplicemente quello che fa e la soddisfazione che prova nel farlo.

È questo che rende la sua esperienza interessante anche oltre il singolo episodio.

La pensione, nella sua storia, non coincide con il ritiro dalla vita della comunità. Al contrario, gli ha permesso di mettere a disposizione degli altri una parte del proprio tempo.

Non per ricevere qualcosa in cambio, almeno non economicamente.

«Io sono pagato per niente, perché non ho preso un centesimo».

Poi sorride e chiarisce il senso della sua scelta: lo fa perché vuole farlo.

La parola “nonno” potrebbe sembrare sufficiente a raccontare Piero. Non lo è.

È nonno vigile perché quello è il ruolo che svolge davanti alla scuola. Ma dietro quella definizione c’è una persona che ha scelto di continuare a partecipare alla vita della propria comunità, anche dopo la pensione.

I bambini lo vedono come una figura familiare e i genitori lo salutano.

Gli automobilisti lo riconoscono.

La scuola è diventata uno dei luoghi attraverso i quali Piero continua a sentirsi parte di Borgosesia.

E forse è proprio per questo che, quando gli viene chiesto che cosa abbia imparato da quello che è successo, non parla dell’incidente.

Parla del significato di esserci: «Ho imparato che conta quando ci senti utili per qualcosa e a qualcuno».

La frase arriva dopo aver raccontato una mattina di paura, un bambino spaventato, una madre in lacrime e un’automobile che ha frenato troppo tardi.

Ma non riguarda soltanto quel giorno, riguarda i cinque anni precedenti.

E riguarda quelli che verranno. Piero dice che quando ricomincerà la scuola tornerà davanti al cancello.

«Guai se non mi fanno andare». Lo dice sorridendo, ma la decisione è seria.

Alle 7.20 sarà di nuovo lì.

Non ci sarà necessariamente un’automobile che arriva troppo veloce. Non ci sarà un bambino da afferrare all’ultimo momento. Probabilmente non ci sarà niente che meriti un titolo sui giornali. Ci saranno invece le mattine normali, quelle che nessuno racconta.

Piero alzerà la paletta. Aspetterà che le auto si fermino. Controllerà che i bambini abbiano attraversato. Poi li vedrà entrare a scuola.

È questo il lavoro di un nonno vigile. E, forse, è anche il senso più concreto del volontariato: fare qualcosa di importante proprio quando nessuno se ne accorge.

Quella mattina di dicembre Piero ha avuto pochi secondi per intervenire, ma la parte più lunga della sua storia viene prima e viene dopo.

È fatta di migliaia di attraversamenti, di saluti, di bambini cresciuti, di automobilisti da fermare e di mattine in cui non accade nulla.

A 75 anni Piero ha scelto di continuare a esserci, non perché debba dimostrare qualcosa perché, semplicemente, sente di essere utile.

E davanti a una scuola, ogni mattina, questa può essere una ragione sufficiente per tornare in strada.

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